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Tagliatelle romane, gnocchi e maccheroni medievali, spaghetti napoletani...

Tagliatelle romane, gnocchi e maccheroni medievali, spaghetti napoletani...

Una piccola ricognizione storica per cercare di ricostruire le principali tappe del clamoroso successo ottenuto dalla pasta nel nostro Paese

Nel suo “De re coquinaria” lo scrittore latino Apicio dedica un intero capitolo alla preparazione di pasticci con sfoglie di pasta e descrive strisce di pasta fritta condite con miele e pepe. Altre fonti parlano di strisce di pasta cotte nell’olio bollente, condite con olio e garum (un terribile liquore ricavato dalle interiora di pesce che, chissà perché, i Romani aggiungevano dappertutto). Non ci sono notizie sicure sulle successive evoluzioni della pasta in epoca antica. Possiamo ipotizzare che inizialmente si passò a cuocere direttamente le strisce di pasta nella zuppa, senza prima arrostirle. Poi si trovò che si potevano lessare anche da sole e mangiarle condite in vari modi. Finché qualcuno, in epoca medievale, scoprì che si poteva anche evitare di stendere la sfoglia e tagliare le strisce di pasta. Si cominciò così a tagliare o staccare piccole noccioline di pasta: erano nati i primi gnocchetti di farina.

Gnocchi e maccheroni

Nel Medioevo le parole “gnocchi” e “maccheroni” sono continuamente confuse. Ancora oggi nel Veneto può capitare di sentire chiamare maccheroni gli gnocchi. Forme intermedie di pasta tra gnocchi e maccheroni, così come li intendiamo noi oggi, si trovano continuamente dalle ricette rinascimentali dei cuochi pontifici fino ai moderni maccheroni di casa come gli strangolapreti e i garganelli.

Condimenti dolci

I maccheroni di pasta fresca arrotolata venivano definiti “sucamele”ed erano conditi con miele e cannella. Questa abitudine di mangiare la pasta dolce non solo durò fin dopo il Rinascimento, ma fu probabilmente quella più diffusa. La maggior parte degli Italiani di oggi sarebbe inorridita davanti a piatti così preparati, ma dobbiamo tenere conto che i nostri antenati, fino al Sei-Settecento, mangiavano in tutt’altro modo.

L’importanza degli Arabi

C’è una parola araba che chiarisce molte cose a proposito della pasta secca col buco: è la parola itryia, di cui c’è traccia evidente nel vocabolo siciliano trii. Questa parola non significa altro che fili di pasta col buco fatta al torchio e seccata all’aria aperta. Evidentemente furono gli arabi a portare questo tipo di pasta nella nostra isola, dove avevano stabilito il loro dominio, nel XII secolo. Resta da capire come avevano cominciato gli Arabi. Un’ipotesi suggestiva sostiene che le carovane che attraversavano il deserto per il commercio delle spezie portavano al seguito carichi di farina, che però era facilmente deperibile. Così nacque l’idea di portarsi dietro la farina già impastata con l’acqua e fatta seccare; il buco fu solo una conseguenza, per mantenere una migliore essiccazione e conservazione.

Arrivano gli spaghetti c’a pummarola ‘ncoppa

La pasta secca degli Arabi arrivò un po’dappertutto, ma solo in Italia trovò le condizioni ideali per diventare, a poco a poco, un cibo diffuso e infine il nostro piatto nazionale. C’era già la grande tradizione della pasta fresca, c’erano le condizioni climatiche ideali per l’essicazione (specialmente nelle riviere tirreniche) e c’erano soprattutto acque perfette per gli impasti e la cottura. Nel XIV e XV secolo, la pasta secca nell’Italia del sud entra abbastanza nell’uso comune, ma non è ancora il cibo dominante. Bisognerà attendere il Seicento, quando a Napoli la pasta secca farà il suo trionfale incontro con i pomodori, sbarcati un secolo prima dagli altipiani di Messico e Perù. Fino ad allora i napoletani, pur conoscendo i vermicelli e i maccheroni, consideravano come loro piatto nazionale la minestra maritata, a base di foglie di cavolocotte coi ritagli o addirittura gli avanzi della carne. Nacquero allora gli spaghetti c’a pummarola ‘ncoppa, e da allora Napoli ne è stata la capitale.

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